October 12th, 2009 at 5:39 pm

Il volontariato e la cultura del dono. Intervista alla psicoterapeuta Irene Notarbartolo

in: News


Pubblichiamo l’intervista di Esmeralda Verona alla dottoressa Irene Notarbartolo, psicoterapeuta, sull’iniziativa di volontariato a favore degli anziani aquilani

Parliamo di questa iniziativa organizzata dalla Co.Ev.Em.A-Onlus con la collaborazione della Cooperativa Onlus La.Se.R, della casa di riposo “Casa Mia”, di Adra e patrocinata dal Comune di Silvi Marina (TE). Sappiamo che si tratta di un progetto finalizzato ad aiutare gli anziani aquilani che da qualche mese risiedono all’Hotel Abruzzo Marina. Sappiamo che è un progetto che ha coinvolto diverse figure professioniste (una psicoterapeuta, un pastore, una animatrice di psicomotricità, una musico-terapista) nell’organizzazione di attività ludiche, di socializzazione e terapiche svoltesi nell’arco di una settimana, conclusasi venerdì 2 ottobre 2009, festa dei nonni. La settimana dedicata agli anziani aquilani si è chiamata “Il cammino della speranza”. Ma cos’è questo “cammino della speranza”? In cosa consiste?

La speranza è troppo spesso soffocata e ridicolizzata. Il pensiero postmoderno continua a proporre edonismo, individualismo ed utilitarismo: non c’è gioia così. Imparare a recuperare la speranza è come prendere una “pillola” di energia, una pillola che è in grado di produrre un flusso costante e ininterrotto di energia, perché coinvolge il corpo, la mente e lo spirito. Infatti, quando siamo senza speranza, perdiamo anche le forze fisiche. Se la mente è stanca anche i muscoli si lasciano andare. Ma quando si vive in modo armonioso il rapporto mente/corpo/spirito (la cosiddetta ecologia della mente) si ha una reintegrazione continua delle energie psicofisiche, proprio come è per il corpo una notte di sonno dopo una lunga giornata di fatica fisica.

Questi sono principi psicologici o religiosi?

Per il credente Dio è all’origine dell’energia, come si può leggere anche in Isaia 40:29, Atti 17:28 e Giovanni 10:10. E io credo sia necessario testimoniare una religiosità viva e gioiosa, non solo simbolizzata da un Cristo crocifisso, ma soprattutto da un Cristo risorto. Questi sono principi “cristiani”, ma li conosce anche la psicologia e la psicoterapia li utilizza “in modo laico”, cioè senza riferimento religioso. La psicoterapia, infatti, “funziona” quando il terapeuta riesce a creare un clima di fiducia e speranza che diventa esperienza continuativa lungo tutto il percorso di analisi.

Cosa hanno chiesto gli anziani di Silvi alla psicologa?

Preferisco cominciare dicendo cosa hanno dato: la possibilità di vedere, di toccare con mano come l’esperienza di una buona accoglienza, in un albergo confortevole, in un momento così difficile, si sia tradotto anche in “gratitudine” e riconoscenza per il messaggio di fede in Dio che come volontaria avventista ho voluto portare. Ho trovato tanta condivisione e – ripeto – attenzione e gratitudine per ogni passo letto e commentato. Aprire il dibattito su questi temi ha trasformato queste persone più o meno semplici e “assenti” in persone capaci di esprimere concetti ed emozioni coerenti con i testi letti, con buone capacità di contestualizzare l’ideale proposto con la realtà quotidiana da loro vissuta.

E cosa hanno chiesto alla psicologa? Bè, sono emerse in questo contesto anche le loro necessità di counseling: il tempo non più trascorso nella vita quotidiana di sempre, il trauma del terremoto, l’indispensabile elaborazione dei lutti subiti, la vicinanza eccessiva con gli altri in albergo – con parenti ma anche tanti sconosciuti – portano molti di loro a ripercorrere il tempo passato, a ricordare i piccoli o grandi traumi della vita quotidiana e familiare che hanno interferito con la loro gioia di vivere. Forse in un tentativo di autocura, questi pensieri affollano la mente e rischiano spesso di produrre rabbia, rancore, pensieri ossessivi, acuiti da una presunta oggettiva mancanza di prospettive per il domani; per i giovani è diverso, perché vengono riassorbiti più velocemente dagli impegni quotidiani. Il counseling in questi casi è efficace, perché sono interventi brevi che – anche con persone anziane pur non abituate a mettersi in discussione come richiederebbe qualsiasi intervento psicoterapico – possono produrre buoni risultati a livello della gestione dei rapporti quotidiani, con parenti e compagni di sventura. L’anziano ascoltato, capito e sostenuto riscopre la sua dignità di persona e si assiste ad una rinnovata energia nel pensiero e negli affetti. Anche se qualcuno tende a ripetere sempre le stesse cose, non vi è comunque un buon motivo per non dare ascolto, anzi, vi è un ottimo motivo per entrarci in rapporto aiutando a trasformare questa energia ossessiva in qualcosa di produttivo per sé e per gli altri.

Questo è davvero molto interessante, come il fatto che tutto ciò sia nato da iniziative di volontariato. Come mai questo?

È necessario riscoprire la “cultura del dono”, quest’arte perduta, come diceva Adorno, che è metafora di un mondo nel quale i rapporti umani si limitano alla semplice conoscenza superficiale che non impegna, non coinvolge. Il nostro è diventato un mondo nel quale si intessono relazioni e rapporti “funzionali” al conseguimento di un risultato, che si esauriscono così come si consuma il rapporto tra venditore ed acquirente al momento dell’acquisto. La gente è sola in mezzo alla folla e si disumanizza, perde fiducia, diventa violenta ed incapace di valorizzare le potenzialità umane. E’ necessario superare questo stato di cose, anche se siamo consapevoli che un albero che cade fa più rumore di tanti fili d’erba che crescono: ogni volontario è un filo d’erba, e questi fili d’erba sono il segnale di una nuova ricerca di senso, una ricerca che coinvolge sempre più persone giovani e anziane.

Lei crede che questo sia realmente possibile?

Una ricerca dell’Eurispes dimostra che la cultura del dono non è un’utopia, che il volontariato rappresenta, tra le istituzioni italiane, l’unica realtà capace di promuovere e conservare nel tempo un livello di fiducia elevato fra i cittadini. Ben il 71% degli italiani ha dichiarato – secondo questa ricerca svolta nel 2009 – che ripone fiducia nel volontariato in una percentuale superiore che nei confronti delle Forze dell’Ordine e di altre istituzioni quali la scuola, la magistratura, le istituzioni religiose. Questa ricerca sottolinea che, mentre nel resto del mondo il 60% dei grandi ricchi hanno dichiarato che in conseguenza della crisi economica ridurranno le loro donazioni in beneficenza, in Italia, al contrario, le iniziative di solidarietà si stanno moltiplicando, sia attraverso la creazione di fondi di solidarietà sia per quanto concerne il volontariato.

Il volontariato è sempre e comunque qualcosa di non professionale. Che cosa lo rende, dunque, efficace? Che cosa lo rende differente?

Il non essere estemporanei, garantendo anzi una necessaria continuità e professionalità, oltre ovviamente alla buona volontà, che è molto importante ma non sufficiente. In questo senso si assiste alla creazione spontanea di reti di solidarietà, sia fra associazioni varie, sia fra associazioni ed istituzioni pubbliche; come nel nostro caso, in cui una serie di associazioni collabora con il Comune. Quanti più si è, tanto più si hanno probabilità di raggiungere risultati soddisfacenti. Moltiplicando le risorse umane, sia in termini numerici che di professionalità differenti anche l’ottica di riferimento di ciascuno viene ampliata, arricchita, vivificata. Molti anziani hanno detto che il terremoto è un’occasione per migliorarsi contro la violenza di tutti i giorni – la natura si ribella a questa nostra società violenta, dicevano. Anche noi dobbiamo ringraziare queste occasioni che sono per ognuno di noi occasioni di crescita.

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